
18 luglio 2011 - Sguardo limpido e viso pulito. L’espressione serena, sebbene pensosa. La consapevolezza di chi sa che nella vita, bisogna pur correre qualche rischio. Perché altrimenti nulla cambierebbe.
Era il 21 settembre 1990, ed il giudice Rosario Livatino veniva ucciso sulla statatale 640.
Come ogni giorno, stava recandosi da Canicattì, dove viveva con i genitori, ad Agrigento. Aveva 38 anni e, nonostante la lunga carriera in magistratura, la grinta ed il fervore tipici di chi ha ancora molto da fare e da dare. Lo chiamavano “il giudice Ragazzino”. Era devoto Rosario, molto. Chi lo ha conosciuto racconta che ogni mattina, prima di entrare al Palazzo di Giustizia, si recasse nella vicina chiesa di San Giuseppe. Un saluto fugace a Dio, prima di affrontare una giornata di lavoro.
Oggi la notizia della firma, da parte di Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento, del decreto che avvia ufficialmente il processo diocesano di canonizzazione di Rosario Livatino. L’annuncio ufficiale ed il solenne pontificale si svolgeranno il 21 settembre prossimo nella chiesa di San Domenico a Canicatti, in coincidenza con il 21esimo anniversario dell’uccisione.
Eppure Rosario dava fastidio, e parecchio. Chissà cosa si dissero coloro i quali decisero di ucciderlo. Lo temevano, sapevano che poteva colpirli duramente. Era stato lui infatti a firmare, molti dei provvedimenti di confisca dei beni di affiliati a Cosa Nostra. E nei dieci anni in cui era stato Sostituto Procuratore ad Agrigento, aveva intuito che la criminalità mafiosa, ed in particolar modo la “Stidda” agrigentina, avevano molte più diramazioni di quanto si potesse pensare, persino all’estero.
In una giornata calda ed afosa la vita di Rosario Livatino finiva tra le sterpaglie di un desolato vallone che fiancheggia una strada statale. Rincorso dai suoi sicari, quattro per l’esattezza. Non ebbe scampo. Al suo fianco verrà ritovata la sua agenda di lavoro. Su di essa, nella prima pagina spiccava la sigla “STD”: “Sub tutela Dei”. Quella sigla si trova in tutte le sue agende e ricorda – ha spiegato il professore Giovanni Tranchina, che di Livatino fu docente universitario – “le invocazioni con le quali, in età medievale, si impetrava la divina assistenza nell’adempimento di certi uffici pubblici”.
L’impegno in magistratura, era concepito da Rosario come una vera e propria missione alla quale consacrarsi, con “l’assistenza” di quel Dio al quale egli affidava il valore di ognuna delle proprie giornate. Nella sua agenda del 1978, in data 18 luglio si legge: “Oggi ho prestato giuramento: da oggi sono in magistratura. Che Iddio mi accompagni e mi aiuti a rispettare il giuramento e a comportarmi nel modo che l’educazione, che i miei genitori mi hanno impartito, esige”.
Dal 1993, la Curia di Agrigento ha incaricato Ida Abate, che del giudice fu insegnante, di raccogliere testimonianze per la causa di beatificazione, molte le guarigioni agli atti, attribuite dai fedeli alla intercessione del giudice ragazzino. Come quella di una signora sostiene di essere guarita da una grave forma di leucemia dopo aver sognato Rosario, in abiti sacerdotali, intento ad incoraggiandola a reagire e a guarire.
Il mese scorso, il profilo biografico di Rosario Livatino è stato pubblicato sul sito del Ministero per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione nell’ambito dell’iniziativa voluta dal ministro Renato Brunetta per ricordare, in occasione del centocinquantesimo anniversario dell’Unita’ d’Italia, i migliori 150 servitori dello Stato.
Un uomo, un giudice la cui vita è stata testimonianza di fede e coerenza.
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Non sono d accordo con le canonizzazioni in generale…Comunque, il giudice, è un esempio da seguire…anche di fede.